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PENSIERI

Dai Diari Spirituali di Fratel Venzo. La bellezza della natura e del creato come immagine di Dio.

"Io immagino il giorno che incomincia davanti a un campo di terra rossa, lungo, che finisce all'orizzonte di un blu lilla, mentre Tu vai seminando dei girasoli, che subito crescono, e fioriscono, di un giallo intenso."

"Nella vita mi hai dato la gioia del colore per cantare le tue meraviglie. Ho sempre fatto del mio meglio anche se con nostalgia il mio canto è stato fragile. Quello che ho visto e sentito è immensamente più bello di ciò che ho potuto fissare. C'è il mio cuore che spesso affiora nei miei quadri e che è il meglio che ho dato ai miei fratelli"

"E' bello dipingere, osservare le Tue creature, coglierne qualche aspetto e sforzarsi di fissarli perché possa servire ad altri, cos'è il nostro lavoro di fronte al Tuo universo!"

C. Fincati, Intervista a Fratel Venzo, in “Fatti”, c. I (1987), nn. 10-11, p. 8-12.

Fratel Venzo, lei usa i colori in modo tutto suo, personalissimo: un verde dove la natura pone un rosa, ecc.

… Vede, questo paesaggio dell'Etna? Certamente non aveva quel cielo, ma io per poter far risaltare i gialli, salendo, dovevo mettere un cielo scuro. E quest'altro, a Lonigo. Vedevo dell'erba “spagna”, verde, intensissima. Per avere questo colore, questa luce, se lo facevo come lo vedevo, non potevo più ottenere quell'effetto che mi aveva colpito e che era il campo di erba. Ho imparato da Cézanne. Avevano fatto a Parigi una mostra dei suoi quadri e poi vicino avevano messo delle grandi fotografie a colori dei posti da lui ritratti e si vedeva che tirava via una casa, tirava via degli alberi... e allora... ho capito una cosa molto bella... che non importa a nessuno che siano dieci case se nove stanno male... io devo cercare un'armonia e allora... quando tiravo via, ad esempio, una casa, dicevo a chi stava a guardare: “Sa, non lo dica al proprietario, perché sennò...”. L'ho imparato da Cézanne. Guardando il vero, non devo fare quello che vedo, ma quello che sento. Cézanne mi ha aiutato molto su questo punto. Se uno dice: “Ma... qui ci manca... ci mancano le pecore dentro a quell'ovile...” “beh, ce le metta Lei, o sennò vada in Sicilia e faccia delle fotografie...”.

Le piace la Sicilia proprio per l'intensità dei colori, per la luce?

Sì, la Sicilia e la Sardegna soprattutto. La Sardegna... è ancora più forte. Vede la Sardegna per me è come un continente e tutti i paesi che ho visto sono molto belli e anche forti, ma là, in poco spazio, lei passa da un mare con degli scogli grigi, ad un altro posto dove gli scogli sono tutti rossi o neri.

E gli autunni sui Colli Berici, il paesaggio del vicentino, le sono cari?

Sì, ma ho fatto fatica. In principio non riuscivo a trovare un paesaggio perché andavo fuori con... nella testa il paesaggio che volevo io, e non lo trovavo.

Guardi, ho imparato, da religioso, ad amare il paesaggio. Adesso Le spiego anche perché: io avevo una formazione tutt'altro che religiosa, allora trovavo delle difficoltà enormi. Quando dovevo prendere una decisione avevo capito che mi trovavo bene ad andare nel parco a pensare. Mi sedevo e davanti c'era la pianura veneta. Allora mi quietavo e così ho cominciato a scoprire e a lavorare sul paesaggio. Prima facevo ritratto... qualche quadro di fiori... perché bisognava mangiare, l'ho fatto solo per mangiare, facevo acquerelli “grandi così” in una mattinata...

Pittoricamente parlando, lei la sua patria dove la vede, forse il Brasile, che mi è stato detto ha significato molto per Lei?

No, la Sardegna. Però la Sardegna d'estate quando è bruciata, quando il caldo brucia tutte queste erbe allora vedo dei contrasti fortissimi. In primavera non ci sono mai stato e mi hanno detto che allora è tutto un fiore, è di una dolcezza che a me non interessa.

Una dolcezza che a lei non interessa?

Non dico che non sia bella, a me non interessa.

Lei dipinge di getto, dà il colore senza passare per fasi successive?

Sì, di getto. Generalmente faccio all'aperto un piccolo schizzetto in bianco e nero, poi torno a casa e ricordo e sull'architettura dello schizzo... faccio il quadro. È sempre un ricordo. E mi sono trovato molto più libero facendo così, che ad avere il “vero” davanti.

Quando Lei sogna, sogna sicuramente a colori.

Qualche volta anche di notte! (risata)

No... è bello, è bello... io vedo, io sento molto il colore, ma sento anche il rapporto, l'armonia... Vede, l'equilibrio in un quadro, bisogna che ce ne sia quella data quantità per stabilire un certo ordine.

Secondo Lei, se Van Gogh fosse andato in un altro ambiente, presso altri luoghi, avrebbe avuto una pittura diversa?

No, lui aveva bisogno di quella pittura; se lui si è ucciso perché non vendeva niente, quello è stato uno dei motivi, forse mancava anche di equilibrio, ma lui le cose più belle le ha trovate in Francia nell'ambiente impressionista Francese, perché quando lavorava nel suo paese... erano cose oscure, figure, robe così, senza colore, poco colore, ed è diventato colorista venendo in Francia. Là lui si è aperto, si è trovato, ma... come portava qualcosa di nuovo non è stato capito, era di avanguardia, non è stato capito e lui, poveretto, si è ucciso. Ma... è un grande artista, era un poeta... Guardi... i “Fauves” si sono presentati a Parigi con questi colori accesi, ai quali nessuno era abituato e si è sentito dire dai critici: “ma quelli sono delle belve!”... e loro hanno detto “ma guarda che bel nome ci hanno dato: ci chiameremo “belve”: “Fauves” e hanno tenuto questo nome. Adesso quando si guarda i “Fauves” si dice: che bei colori! Adesso, a distanza di tempo, non si sente più quella rivolta dei loro inizi.

Quale mezzo predilige, la tempera, l'olio...

… Li ho adoperati tutti, guardi... nel '50... no, nel '48, ho fatto la prima mostra a Milano. Ho conosciuto Ugo Nebbia, critico d'arte, e lui... si è affezionato... e mi diceva: “vede, lei dovrebbe adoperare, lavorare la sua tempera, perché la tempera le darebbe poi la possibilità di lavorare meglio con l'olio”. Ho lavorato molto a tempera, a me piaceva anche, poi ho scelto l'olio, ho continuato con l'olio, sa perché? Perché anche quando i miei quadri sembrano “di getto”, non lo sono mai: io lo butto giù e poi lo volto. Quando lo rivedo, che ho degli occhi nuovi sul quadro, allora vedo subito dei difetti e li posso correggere, mentre a tempera non si possono sovrapporre tanti colori...

Ai meno esperti di arte o che non hanno la sensibilità dell'artista può venire in mente che certi pittori dipingano l'astratto solo perché non riescono a fare una pittura tipo Annigoni.

Secondo me, guardi, quando in un quadro manca la poesia, non è arte: è mestiere. Quindi c'è una differenza: ci possono essere di quelli che sanno dipingere non tanto bene, ma sono poeti e arrivano a dire delle cose belle lo stesso; per conto mio l'importante è lo spirito che uno riesce a fissare attraverso i colori e che Lei riceve, capisce, gode. È ciò che non è visibile, che lei attraverso il colore esprime.

Nella sede della nostra cooperativa abbiamo un quadro suo. Un Cristo. È tutto a colori intensi, verdi, rossi, viola, lontani dai corrispondenti naturali. Ma tutti dicono: è bellissimo, ti prende, ti sgomenta.

Si tratta di essere liberi. Guardi che per capire l'arte ci vuole anche una preparazione, bisogna anche avere un po' di buona volontà per poter capire... Lei si trova davanti alla “Annunciazione” di Leonardo da Vinci che è una meraviglia. Uno si mette davanti là e dice: “Guada l'Annunciazione! La Madonna, l'angelo... che bello!”. Ma dell'annunciazione non c'è niente... perché è stato dipinto in quell'epoca là che... l'uomo era dio. Allora... la Madonna tutta vestita di raso, di seta, seduta su un coso... qui c'è un banco tutto di marmo scolpito e lì vicino c'è l'angelo che le parla anche lui tutto vestito di seta, con un parco meraviglioso di dietro! Se uno che ama, che conosce la religione... questa povera ragazza di questo paese ebreo, che nessuno sapeva niente... e il Signore le è apparso e lei ha capito questa cosa nella semplicità... come si fa a rappresentare... prima di tutto queste cose che sono impossibili... non guardiamola come un'annunciazione, ma come un capolavoro d'arte. Un capolavoro d'arte perché è bellissima, ma non l'annunciazione!

… Ed è capolavoro d'arte anche se non c'è armonia con il contenuto.

Vede, il contenuto per lui è stato un pretesto per poter mettere vicino due figure. È veramente un capolavoro, veramente una cosa magnifica. Ma uno davanti, là, se dicesse: “Adesso vado lì per pregare”... non so se ne sarebbe capace. Quindi, è difficile... l'arte sacra è una cosa molto difficile, per conto mio. Perché... se la fa un profano, come l'ha fatto per esempio Guttuso... ecco io ho visto il premio che ha preso di una grande pala d'altare: c'è un Cristo crocifisso, la sua testa è alla fine del quadro, è un quadro grandissimo... e in primo piano qui... c'è la Maddalena o non so... una donna tutta nuda con un coso bianco che la copre qua davanti... e allora io ridendo ho detto “prima che uno, in chiesa, arrivi alla testa del Signore, bisogna che passi per i polpacci della donna, per il didietro della donna, per i seni e non so se arriverà in cima! È vero, no? Quella non è arte sacra! E non posso dire che non sia bella, è un bel quadro, ma non chiamatelo arte sacra. È difficile l'arte sacra, sa, perché... e ce ne sono pochi che dipingono delle cose che possono intonarsi con le chiese. Vede, io, guardando il duomo di Milano, tante volte pensavo “Se facessero delle belle vetrate astratte, di colori,… secondo me, cosa guadagnerebbe l'architettura! Colori. Perché avendo fatto delle figure, dei pezzi del vangelo, Lei deve andare vicino per capire. Mentre... se Lei entrasse, vedrebbe questi bei colori, vedrebbe che potrebbe creare un ambiente... secondo la mia povera testa, ecco. Io vedrei dell'arte astratta. Nel duomo, con tanti secoli di differenza... non ne vedrei una difficoltà.

Quando era a scuola, ha mostrato subito di muovere bene la mano? Fin dai primi anni? Da bambino, da ragazzino?

Sì, lavoravo... ecco, il mio primo lavoro che ho fatto è stato nella mia camera, avrò avuto 14/15 anni... ho fatto delle colonne con dei vasi di fiori e una tenda che univa... l'avevo fatto per me. Avevo una zia che esponeva alla Biennale il cui marito era uno scultore che anche lui esponeva alla Biennale e mi hanno incoraggiato a studiare, ma mio padre mi vedeva più ragioniere nella sua azienda che pittore.

A quanto anni è entrato nella Compagnia di Gesù?

Avevo quarant'anni, circa. Ma vede, non sono entrato subito... perché avevo i preti che erano contrari. C'era un Monsignore che andavo a trovare a Parigi, e lui diceva: “io ho mandato altri artisti in religione. Sono usciti tutti. Voialtri avete un bisogno di libertà che non potete perdere.”. Allora io rimandavo, continuavo a rimandare. Ma, sentivo... più che lui insisteva, siccome era una persona molto intelligente, molto colta, che si occupava degli italiani di Parigi, di Londra e di Bruxelles... lui conosceva gli uomini e quindi se diceva questo lo diceva con degli elementi in mano e io con il mio temperamento avevo bisogno di trovare uno che mi andasse “contro”. Sì, sì; è quello che mi ha fortificato. Tant'è vero che era uscito un Fratello Coadiutore di Cittadella. A Rossano nessuno sapeva che volevo farmi religioso, neanche a casa mia. Allora questo sacerdote che era amico... ed era contrario anche lui... mi dice: “perché non vai a trovare a Cittadella quello lì dei gesuiti che è uscito? Per sapere almeno che cos'è la vita di un fratello?” Io invece “No”. Ed è stata la mia fortuna, perché lui mi avrebbe raccontato tutte le cose negative... Guardi... sembrano cose da niente, ma vede come il Signore dirige gli avvenimenti? Avevano paura anche i superiori: “Resti qui un mese...” - “No. Incomincio subito.” - “Vuole una stanza per conto suo?” - “No. Dove dormono i fratelli?” - “Tutti in un camerone.” - ed io: “Camerone.” - “A che ora ci si alza alla mattina?” - “Loro si alzano alle cinque” - Ed io: “Alle cinque”. Facendo in quella maniera lì sono riuscito a convincerli. È stato duro, eh!

La Parigi della sua giovinezza sembrava quasi una tappa obbligata per un artista.

Beh. Io sono andato perché mio papà mi ha mandato per completare una cultura e non perché mi fermassi. Quando mi ha tagliato i viveri, mi son detto: “Se torno a casa devo impiegarmi. Io resto qui.” E allora ho cominciato la vita di bohemien, che è stata, per tre anni, molto dura, molto dura. Dovevo farmi da mangiare io, lavarmi la biancheria. Qualche volta sono arrivato su un granaio.

Quanto tempo è rimasto a Parigi?

Dunque, dal 1925 al 1939, ma è dal '32/33 che è iniziata la mia vocazione religiosa. Trovavo che la vita... non valeva la pena. Vede la vecchia di questo quadro del '35? Era una operaia di mio papà. Guarda avanti, con gli occhi così e dice: “Ecco là, ho lavorato tutta la vita: e adesso? E vede, questo era il mio problema. Vede tutto il vuoto che c'è dietro? Volevo indicare la solitudine di questa donna.

Per oltre mezzo secolo ha dipinto quadri. Quanti ce ne saranno in giro di suoi?

Ma, non so quanti ne ho fatto. Io, guardi, credo che siano pochi i pittori che hanno potuto lavorare tutti i giorni, e specialmente in religione, almeno otto ore al giorno. Ne trovi uno lei. Era l'ufficio assegnatomi. Quando i superiori mi hanno dato come ufficio la pittura, cominciavo alle otto fino a mezzogiorno e poi dalle due e mezza-tre fino alla sera alle sette.

Entrando nella Compagnia di Gesù come semplice fratello coadiutore non pensava certo che le avrebbero lasciato questa libertà. Quindi aveva rinunciato anche alla pittura.

Rinunciato a tutto, sì. Perché avevo trovato che quello che avevo nella vita era troppo poco per me. Desideravo, per esempio, avere uno studio e sono arrivato ad avere un bello studio e poi dicevo: “È tutto qua?”. C'è sempre stata questa cosa, cioè di non trovare una soddisfazione piena di tutto quello che avevo, e avevo molto. E il Signore si è servito...

Le riescono sempre bene e subito i suoi quadri?

Guardi, mi hanno regalato... un mazzo di petunie viola. Io amo molto il viola. E le guardavo e mi sono detto: “faccio un quadro!” Ho cominciato il quadro. Oltre al colore, io godevo del tessuto della petunia che è come il velluto. E allora ci lavoro... in cerca del colore e del tessuto. Il tessuto... non sono stato capace, e allora ho preso la tavola e... paf!... l'ho buttata via! Dopo sessant'anni di lavoro, non essere capace di riprodurre quello che si sente davanti a un fiore... e queste sono le nostre dimensioni!

Si fa fatica... adesso, vero, guardando qualche quadro, dopo un po' di tempo che non li vedo più, mi dico: “È buono.” Ma bisogna che sia passato un anno... mesi... così... perché altrimenti capisco che la mia pittura non ha mai potuto realizzare quello che sentivo, mai. Mai. E mi ricordo, guardi,… questa cosa mi fa ricordare Cézanne, un grande artista, così, che... prima di morire diceva... “mi dispiace di morire perché incominciavo a capire qualcosa”.

E Rouault?... Mi pare che ci sia un accostamento tra la sua pittura e quella di Rouault.

Mi piace e mi ricorda un suo quadro al Museo Vaticano. Non avevo tanta simpatia per l'astratto. E su una sala c'è un grande quadro astratto e di fronte a quello una testa di Rouault. Mi sono detto: “Guarda bene, perché non ti piace l'astratto? Ci sono colori belli? Sì. Ci sono stonature, quantità che rompono l'equilibrio? No. Sono disposti in modo armonico? Sì. Che cosa ne ricevi guardando questo quadro? Pace.” E allora è arte! E dopo ho guardato Rouault. E mi sono chiesto: “Mi piace perché ha dei segni che definiscono la figura, o per quello che c'è dentro nei segni?”. Allora ho capito che la stessa sostanza, non la stessa, ma... la sostanza nell'arte, era là sia nel quadro astratto che in quello figurativo. In due forme differenti. Ho pensato: “Se sapessi scrivere, vorrei scrivere un articolo su questa roba qui!”. È stato... al Museo d'Arte Moderna del Vaticano. Ma io non so scrivere... ma ho sentito che erano... che tutti e due avevano qualche cosa di interessante per il mio spirito, presentati in una maniera differente.

Ci sono critici che sanno scrivere, ma non sanno dipingere e non le sentono queste cose, quindi non sanno neanche scrivere d'arte. Ma mi dica, fratel Venzo, quando le portano via un quadro qual è il suo stato d'animo?

Guardi... ho capito... credo che sia solo da religioso che ho capito questo... il rapporto che io stabilisco con la persona che mi compra un quadro, perché tutte le gioie che ho avuto in questi anni di solitudine le ho avute da quelli che hanno preso i miei quadri e che mi scrivevano che erano contenti e che mi mandavano degli amici.

Quindi il quadro è stato un tramite.

È un linguaggio. Perché, vede, io, in religione, ho capito una cosa: se io non sono sincero (la nostra vita porta a essere sinceri) chi deve essere sincero? Quindi la mia pittura è tutto quello che posso fare. Di più non posso. E di questo sono convintissimo, anche se vedo tutti i limiti che ci sono. Io, più di così, non posso fare! Allora, quando do un quadro a qualcuno, io dò delle giornate intere di amore, perché io, lavorando, amo! È molto bello! È per questo che sono contento di avere questi rapporti con le persone. E mi vogliono bene, sa?

Lei ha detto, altre volte, che molti pittori muoiono senza essersi conosciuti!

Sì,… Guardi che non è mica facile sapere che cosa si è! Guardi che è difficile, perché tutte le correnti... c'è un fatto... perché tutto viene da come Lei vede le cose, le pensa; “sentire” come individuo, secondo quello che capisco io, bisogna che lei sia libero! Ho imparato questo quando sono stato giù in Brasile, intorno a Rio. Quello che mi ha sorpreso enormemente è stato il colore. Venivo dal noviziato, dove tutto era controllato, tutto era calcolato sotto un certo aspetto. E vedermi là, libero, avevo solamente una casa dove andavo a mangiare e dormire, ma libero di andare fuori, guardare queste cose, fissare quello che volevo; la mia pittura ha fatto: da così... a così! Se io non fossi andato in Brasile, non avrei capito che avevo una sola piccola qualità: il colore. Parlare con il colore! Il colore-parola!. E l'ho capito solo in Brasile.

E sono tornato a casa e ho continuato per quella strada. Ma è stato il Brasile. E allora... ho capito, ma... “chi sei tu?”. Da là, mi è venuta l'idea che molti pittori moriranno senza essersi trovati, perché l'ambiente in cui vivono li tiene e... perdono quella libertà... È poi, vero, in religione, io ho avuto una grande libertà, nel senso, che non dovendo lavorare per mangiare, avevo anche questa libertà!... Invece quando uno è sposato, ha i figlioli, ha tante cose... tante volte si adatta anche a quello che il pubblico cerca! Io non ho mai fatto niente che non ho sentito e che ho fatto per il denaro.

Prima di entrare nella Compagnia di Gesù che pittore era?

Ho studiato a Venezia 5 anni, poi sono andato a Parigi. Quando tornai la prima volta da Parigi portai un mio quadro ad Amedeo Bianchi, col quale avevo studiato, ed egli mi disse: “Questo quadro potrei firmarlo io”. Tanto ero attaccato alla tecnica ed al modo di vedere di quest'uomo. Da qua si capisce come è difficile essere libero. Io sono diventato libero in Brasile.

Perché mi sono lasciato prendere da quella natura, da quei gialli, da quei verdi, da quelle dimensioni che noi non conosciamo! E allora da là ho capito: “Io devo dipingere così...”. E da quel momento ho sempre continuato. Colore! Colore come parola! Difatti, anche nell'arte sacra, Lei vede vero che non è sempre capita. L'arte sacra. Perché? Perché io adopero il colore come dramma! Mentre siamo abituati a vedere le facce dolorose, anche della Madonna, come una goccia di glicerina che viene giù, come fanno le star a Hollywood...! Mentre il dolore... quando penso alla statua di Michelangelo che c'è a Milano,... la Pietà... e il dolore, senza tanti lineamenti, e da in cima in fondo! Dai piedi, da…tutto è dolore! Capisce? Eh, ho avuto delle difficoltà, specialmente coi preti, per fare dell'arte sacra, perché appunto io lavoravo col colore.

Lei si è liberato, dice, dai condizionamenti di altri, ha espresso liberamente se stesso. Ha maltollerato le classificazioni che son soliti fare quelli che scrivono? L'hanno accostata agli espressionisti?

Sì, sì, ai post-impressionisti.

Si definirebbe quindi in una corrente?

No, vede... c'è questo: che anche quello serve. Adesso, per esempio, uno ha inclinazione per l'arte, per la poesia: va a scuola. Quando ha imparato a scrivere e a leggere, dopo sceglie... degli artisti, legge poesie di questo e di quello... intanto si costruisce dentro, si forma. Se non avesse trovato tutti questi artisti, forse ci sarebbero delle cose che sarebbero rimaste ancora in seme, capisce, io credo... l'utilità di vedere mostre per trovare se stessi, non per copiare! Perché può darsi che guardando un quadro di uno dice: “Oh, mai più farò delle cose così!”... magari poteva avere una inclinazione... quello gliel'ha fatta tornare indietro! Perché ha visto il risultato. Guardi che è molto utile, sa, vedere quello che fanno gli altri per trovarsi. Io non so spiegare bene...

In definitiva Lei può dire: io sono io ma in me sono entrati forse altri anche inconsciamente.

Guardi, Le dico francamente... se Lei mi domandasse: “Nella tua vita dove sei più sincero?” Risponderei: “Nella pittura”. Io non posso fare qualche cosa che non sento. Perché quando uno mi domanda anche una testa di Cristo, io dico: “Quando mi verrà voglia”. Quindi può aspettare un anno, anche due anni. Se non ho voglia non faccio. Allora vuol dire che, quando faccio qualche cosa, vuol dire che lo sentivo.

Mi è stato detto che quando Fratel Venzo ha lasciato passare due o tre anni senza vedere un suo lavoro lo rivede come non fosse suo. Lo giudica come se non fosse suo e dice: “Ma che bello!”. È un fatto che desta molta meraviglia.

Io non so spiegarmi, non so spiegarmi... prima dicevo al Fratello, guardando gli ulivi di quel quadro: “Guarda come sono belli quegli ulivi!”... e li avevo fatti io, da un disegno. Ma ora sento che li giudico come se non fosse mio. Però con la testa. Con la mia inclinazione, insomma, ecco; io adesso sono arrivato a capire che tutte le manifestazioni degli artisti sono valide, quando sono l'espressione più sincera del loro spirito. Se io per parlare, per esprimermi, ho bisogno dell'astratto, è inutile che prenda il figurativo. Io poi, essendo libero dalla moda, essendo... dentro al convento, ho lavorato sempre per i nostri missionari, tutto il ricavato... così... quindi avevo anche questa gioia di aiutare delle persone, così, e quindi ho sempre fatto quello che sentivo. Ma è stata una cosa lenta. Proprio dove ho cominciato è stato il '53. Quando ho fatto questa mostra a Rio de Janeiro.

Fratel Venzo, nella formazione, nell'educazione di un giovane, in che misura dovrebbe entrare la conoscenza della pittura, proprio come elemento formativo di un uomo?... come bellezza...

Io, guardi, penso adesso, non so se dico una cosa… personale, ecco,... uno per formarsi deve vedere molto ed arrivare a poco a poco a capire che cosa lui ama. Nella vita, guardi un giovanotto quante donne guarda: sono tutte simpatiche... ne trova una: quella! Perché non le altre? Perché in quella là troverà delle cose che non ha trovato nelle altre. Io penso così, sai, non so se ragiono giusto. Io dico che, se il nostro linguaggio non è sincero... è libero,... perché qualunque sistema per quanto valido, se mi lega, priva la mia pittura di qualche cosa che avrei se fossi libero. Ecco, quindi, è meglio che uno dia quattro dove è dentro tutto, piuttosto di dare dieci, dove invece è falso, dove non c'è lui dentro. La sincerità per conto mio è un valore molto forte. Essere se stessi.

Qual è il suo rapporto con la musica?

Guardi, sono abituato a dipingere con la musica, musica moderna.

Sinfonica?

No, no: brasiliana.

Perché non la classica?

Perché la classica fa pensare, invece io ho bisogno di note allegre, così, dopo un po' di tempo che ho sentito un po' di musica, mi vien subito voglia di lavorare. Io lavoro sempre con la musica. Infatti, c'è stato un signore che, andando a trovare Secchi, gli ha detto, guardando i miei quadri: “Ma questo, dipinge con la musica?”. E alla risposta affermativa: “Si vede nel quadro”.

Per come Lei vede il suo rapporto con il mondo esterno, il clima, l'ambiente brasiliano o sardo e la musica, viene in mente il Ratzel e il pensiero che Lei non avrebbe mai potuto dipingere in modo diverso.

Io sono di questo parere: per dipingere bene bisogna che tutti i sensi siano appagati, perché se io sto dipingendo e sopra o sotto stanno battendo con la mazza, io non sono più tranquillo: non posso dipingere. Bisogna che non abbia... odorato... e allora sono libero di lavorare, ma è raro che io non abbia voglia di dipingere. Bisogna che sia molto stanco. Ho dei giorni che sono proprio stanco, ma sono rari. Allora non faccio niente.

Un lavoro creativo fatto così volentieri diventa una cura di longevità.

Guardi, io sono stato fortunatissimo, perché sono entrato in religione non per fare il pittore. Poi le circostanze che sono venute, e sembrano a caso, e invece... è nostro Signore che dirige gli uomini. Ed a me che avevo rinunciato, i superiori hanno ordinato di dipingere, ed ho poi capito che se non avessi dipinto, non sarei stato capace di rimanere tutta la vita... la maniera di guardare le cose, di vedere le cose… io credevo di potercela fare... con l'entusiasmo di quando si entra... ma adesso, ragionandoci sopra, non ce l'avrei fatta. E nostro Signore è venuto in aiuto.